parte istituzionale

Corso 2000-2001

invito alla lettura


Norberto Bobbio
Studi lockiani

Norberto Bobbio, Da Hobbes a Marx,
pp. 75-128, Morano, Napoli, 1965


1. Del rinnovamento degli studi lockiani 2. L'unità contestata dell'etica lockiana
3. Società civile e legge di natura 4. Locke, un hobbesiano mascherato?
5. Assonanze, distinzioni, divergenze 6. Locke, teorico del capitalismo
7. Il punto di vista di Macpherson 8. Locke e il giusnaturalismo
9. Il consenso  

 

Del rinnovamento degli studi lockiani
Dura ormai da più di dieci anni - e non accenna a sfiorire - la lunga e florida stagione di studi, che hanno in parte corretto in parte eliminato alcune idee tramandate sull'opera e sulla personalità di John Locke. Mentre stavo per finire di scrivere questa rassegna, è apparsa un'ampia, minuziosa, esauriente monografia, con molti passi inediti e alcune splendide fotografie, su Locke cultore di scienza medica e medico egli stesso, cioè su uno degli aspetti meno noti e meno studiati della sua personalità. Questo fervore di ricerche ha avuto inizio, com'è noto, sin da quando, nel 1948, la ricchissima Lovelace Collection, contenente lettere, manoscritti, diari, taccuini del filosofo, fu aperta agli studiosi presso la Bodleian Library di Oxford.
Nel 1953, un giovane studioso italiano, Ernesto De Marchi, aveva per così dire preannunciato il nuovo corso di studi, dando particolareggiata notizia dei due trattatelli giovanili inediti sul magistrato civile che sarebbero stati pubblicati solo qualche anno più tardi: soffermandosi sulle influenze ricevute da Locke negli anni di Oxford, specie attraverso il Tew Circle, luogo d'incontro dell'anglicanesimo moderato e del latitudinarismo, aveva cercato nei primi incompiuti e non sempre coerenti saggi letterari del giovane tutor di Oxford i segni della futura grandezza. Nello stesso anno usciva una prima raccolta di inediti: l'edizione di ampie parti dei diari del viaggio di Locke in Francia (1675-1679) a cura di J. Lough. Ma solo l'anno seguente la nuova fase di studi veniva inaugurata in un modo che non poteva essere più promettente, con la pubblicazione, a cura del benemerito Wolfgang von Leyden, degli Otto saggi giovanili inediti sul diritto naturale, che avrebbero posto le basi per una fertile discussione, che dura tuttora, su uno dei temi prediletti dall'autore di una delle più celebri teorie politiche ispirate al diritto naturale. Seguivano nel 1955 il libro di Gabriel Bonno sui rapporti di Locke con la Francia e la seconda edizione della monografia di Richard I. Aaron, dello stesso studioso che aveva pubblicato, insieme con J. Gibb, il Primo Abbozzo (Draft A) dell'Essay of Human Understanding. Nel 1957 vedeva la luce la fondamentale biografia di Maurice Granston, dopo la quale sono da considerarsi in gran parte superate le due biografie precedenti, quella, del resto infelice, di Lord King (1830), e quella buona ma ormai invecchiata di H. R. Fox Bourne (1876). Nel 1959 il già ricordato Bonno pubblicava un manipolo di lettere di Jean Le Clerc a Locke, anch'esse tratte dalla Lovelace Collection. Maturava infine nel 1960 l'annus mirabilis dei nuovi studi lockiani, perché apparvero in un solo anno quattro opere destinate, se pur con diverso impeto, a smuovere le acque: la prima edizione critica dei Two Treatises of Government) a cura di Peter Laslett, con un'ampia e importante introduzione; una interpretazione filosofica, accompagnata da una documentata ricostruzione storica, del pensiero di Locke nei suoi vari aspetti, pazientemente e intelligentemente composta da uno studioso italiano, Carlo Augusto Viano; un'analisi minuta e precisa, testo per testo, della filosofia morale e politica strettamente congiunte, ad opera di Raymond Polin, già noto per un precedente libro sulla filosofia politica di Hobbes; uno studio esegetico sullo stato di natura e sul diritto tra gli stati con particolare riguardo al problema dei rapporti tra Locke e Hobbes, di Richard H. Cox. Ma anche dopo il 1960 la corrente di studi lockiani non è stata interrotta. Soltanto in Italia nel 1961 il volumetto di Loris Ricci Garotti, che contiene, tra l'altro, un'appendice sulla fortuna di Locke in Italia; nello stesso anno, l'edizione critica di scritti giovanili in gran parte inediti sulla tolleranza, a cura del benemerito Viano, e una nuova edizione italiana della nota Epistola de tolerantia; nel 1962 nella serie dei venti «Classici della democrazia moderna» un'antologia lockiana con introduzione di Felice Battaglia. Infine nel 1962, anno in cui si arresta questa rassegna, C. B. Macpherson. già noto per due articoli provocanti sui pensiero politico ed economico di Locke, pubblica un'opera d'insieme sull'«individualismo possessivo», di cui la teoria della proprietà di Locke costituisce la fase conclusiva.
Prima d'iniziare la rassegna forse non è inutile un'osservazione preliminare: il carattere saliente di questa rinascita di studi lockiani è il prevalente interesse per il Locke politico. La maggior parte di questi studi è dedicata alla filosofia pratica di Locke. Se tra il '30 e il '40, la scoperta del Secondo abbozzo (Draft B) dell'Essay, nel 1931, e del Primo abbozzo (Draft A) nel 1936 aveva riaperto il dibattito sulla gnoseologia, in questi ultimi dieci anni gli scoprimenti e la pubblicazione di inediti, seguite da revisioni di idee tramandate, da nuove interpretazioni o prospettive, toccano essenzialmente la sfera della filosofia etica e politica. Per restare in Italia è particolarmente istruttivo, tanto da apparire un tema obbligato, il confronto tra la recente monografia di Viano e quella di Armando Garlini, che, nata in clima idealistico, ha fatto testo per tanti anni: in questa Locke è soprattutto l'autore dell'Essay e su una ventina di capitoli soltanto due trattano espressamente e marginalmente dell'etica e della politica; in quella, invece, divisa in tre parti, come vedremo, una sola è dedicata ai problemi tradizionali della critica del sapere; le altre due trattano rispettivamente del problema etico-politico e di quello religioso; e sopra ogni altra grandeggia la figura di un Locke riformatore. Anche le nuove filosofie di tendenza empiristica, che non hanno mai interrotto il dialogo con Hume, e lo hanno ripreso con Berkeley, hanno messo quasi del tutto da parte Locke teorico della conoscenza. I grandi temi lockiani oggi riemersi sono proprio quelli esaminati da Viano, l'etica, la politica e la religione.
Per questa rassegna ho scelto, tra le opere dal 1960 in poi, quelle che ritengo di maggior rilievo: l'edizione critica del Laslett, le monografie di Polin, di Cox, di Macpherson e di Viano. E in ognuna di queste opere, dopo una breve esposizione del contenuto, ho trascelto per un esame critico un problema di fondo, quel problema che mi è parso, alla lettura, particolarmente atto a far conoscere l'intenzione principale dell'autore e, insieme, a far progredire la discussione su alcuni punti nodali del sistema politico lockiano. Ne sono emersi cinque temi: l'indirizzo critico del secondo dei Two Treatises, nel commento a Laslett, che vede in Filmer non in Hobbes il principale bersaglio della teoria politica lockiana; il rapporto fra gli scritti giovanili e l'opera della maturità, tra le opere politiche e quelle filosofiche, nel commento a Polin, il quale ritiene, contrariamente all'opinione più diffusa, che vi sia un nesso sistematico tra le varie parti dell'opera lockiana; il disputatissimo rapporto fra Locke e Hobbes, nel commento al Cox, il quale crede di poter cogliere tra i due grandi filosofi politici inglesi, considerati di solito antagonisti, un'affinità sostanziale corretta o mascherata da cautele meramente formali; il problema della giustificazione della proprietà come punto di partenza di un'interpretazione ideologica della teoria politica di Locke, nel commento al Macpherson il quale considera Locke come primo coerente teorico del capitalismo nascente; e infine il problema del giusnaturalismo lockiano, che è problema capitale, nel commento all'opera, pur essa capitale, del Viano con particolare riguardo al nesso tra società naturale e società civile.
Sono i cinque temi in cui il pensiero politico di Locke, apparentemente chiaro ma sostanzialmente ambiguo, fluido, poco rigoroso (a differenza di quello di Hobbes), ha dato luogo alle interpretazioni più diverse, a interpretazioni addirittura antitetiche, incompatibili le une con le altre, sì che oggi più che mai dopo i sopravvenuti ripensamenti e le reali o presunte revisioni occorre, prima di avventurarsi in nuove inedite interpretazioni, la cui forzata originalità va spesso a scapito della moderazione del giudizio, conoscere esattamente i risultati raggiunti, e con ciò stesso fissare la natura e l'estensione dei punti controversi. I quali possono essere espressi sinteticamente in queste cinque alternative: 1) il grande avversario di Locke fu Filmer o Hobbes? 2) tra gli scritti lockiani della giovinezza recentemente scoperti e quelli della maturità vi è rottura o continuità? 3) il rapporto di Locke con Hobbes è di antitesi o di derivazione? 4) la teoria della proprietà di Locke apre la strada al capitalismo o al socialismo? 5) in quale senso del termine «giusnaturalismo», Locke può dirsi giusnaturalista? I primi quattro autori esaminati hanno assunto sui primi quattro punti posizioni che vanno quasi sempre controcorrente o hanno accentuato le antitesi invece di attenuarle o di superarle, onde si può dire che mai come in questo momento le idee di Locke sono state messe a soqquadro, rovesciate e rovistate, e hanno bisogno forse di un periodo di discussione aperta, senza prevenzioni, prima di poter essere riassestate in un'opera d'insieme, che assimili le scoperte documentarie senza perderci la testa, rifugga, come rifuggiva il saggio Locke, dalle tesi troppo radicali. La quinta opera esaminata, quella di Viano, può essere considerata già come un'opera di ricostruzione sintetica, e per questo la esaminerò per ultimo.
Lo scopo di questa rassegna è duplice: informare il lettore italiano sulle questioni discusse, e sollevare qualche dubbio sulle soluzioni proposte. […]

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L'unità contestata dell'etica lockiana
Il ritratto che di Locke ci presenta Raymond Polin non è molto diverso da quello presentatoci dall'opera italiana, apparsa nello stesso anno, del Viano, là dove fin dalle prime pagine la filosofia lockiana viene definita come «la filosofia della souplesse, della conciliazione, della sintesi, e per così dire, del compromesso, dell'accordo fondato in tutte le cose su consensi liberi e ragionevoli». Anche Viano ritorna spesso, come vedremo, sul tema del «consenso», quale fondamento della società civile: ed è un tema che anche noi dovremo riprendere. Ma l'ambito in cui si muove Polin è più ristretto, sia perché oggetto della ricerca è principalmente il Locke moralista e politico, sia perché l'esplorazione è diretta esclusivamente alle opere lockiane non all'ambiente e alla cultura del tempo. Questa delimitazione, del resto, è giustificata dal fatto che, più o meno esplicitamente, la ricerca di Polin sembra mossa prevalentemente da due intenti: scoprire una sostanziale coerenza e continuità entro il pensiero etico-politico lockiano dai primi agli ultimi scritti, e mostrare il valore filosofico, e quindi al di sopra delle contingenze storiche, della sua teoria politica. Entrambi i propositi sono rivolti polemicamente contro opinioni ormai abitualmente condivise, ma dei due il primo, sul quale soprattutto intendo soffermarmi, è il più audace.
Per quel che riguarda la pretesa unità del pensiero etico lockiano, occorre subito avvertire che esso è minacciato da due gravi fratture, la prima tra gli scritti etici e l'Essay, la seconda, nell'ambito degli stessi scritti etici, tra gli scritti giovanili, come gli Essays on the Law of Nature, e i Two Treatises. La prima frattura riguarda i fondamenti: nell'Essay Locke espone una teoria edonistica dell'etica di cui non vi è alcuna traccia negli scritti etici e politici. La seconda frattura riguarda invece soprattutto le soluzioni: negli scritti giovanili Locke è, alla maniera hobbesiana, un teorico dell'obbedienza e nulla lascia sospettare in quegli scritti il futuro fautore del diritto di resistenza. Di queste due fratture, Polin non sembra disposto a riconoscere né l'una né l'altra. Anzitutto non mostra di essere conquistato dall'idea che l'incoerenza, o più esattamente la mancanza di una qualsiasi unità sistematica tra i diversi frammenti che compongono nei diversi periodi l'etica incompiuta di Locke, dipendano da un contrasto profondo, non mai risolto, perché irrisolvibile, tra il fine che il Locke si proponeva, che era quello di comporre un'etica dimostrativa, che avrebbe dovuto sbaragliare gli scettici senza piegarsi alle pretese dei dommatici, e i mezzi di cui da empirista, impegnato sin dagli scritti giovanili sul diritto naturale nella battaglia contro gli innatisti, poteva disporre. Egli infatti interpreta i famosi passi dell'Essay in cui Locke considera la morale «tra le scienze suscettibili di dimostrazione» unicamente come miranti a mostrare la possibilità e le condizioni di un discorso morale coerente, e pertanto perfettamente compatibile con la pluralità dei discorsi morali. Ma l'intento di Locke era ben più ambizioso, come si può vedere dal passo in cui dice con la massima chiarezza: «Non ho alcun dubbio che in essa [cioè nella morale], da proposizioni evidenti di per se stesse, mediante conseguenze necessarie, non meno incontestabili di quelle della matematica, si potrebbero trarre le misure del giusto e dell'ingiusto, se alcuno volesse applicarsi a questa scienza con la medesima indifferenza e attenzione che pone nell'altra». Tanto ambizioso che lo annunciò spesso ma dovette sempre rinunciare ad attuarlo.
Senonché, se si considerano i mezzi di cui Locke poteva disporre per costruire un etica suscettibile «quanto le matematiche, di reale certezza», la concezione edonistica del bene e del male cui era giunto nell'Essay non era certo la più adatta allo scopo: chi voglia costruire un'estetica dimostrativa si metterebbe su una cattiva strada, se partisse dall'idea che è bello ciò che piace. Così la speranza di un'etica dimostrativa non sembra molto ben riposta quando ci si affida ai sentimenti cangianti del piacere e del dolore. Se è bene ciò che procura piacere, e male ciò che procura dolore, buona è l'azione conforme ad una legge che dà un premio a colui che l'ubbidisce, cattiva l'azione conforme alla legge che stabilisce un castigo per i trasgressori: bene e male in questo caso dipendono da ciò che stabilisce la legge, e ci sono tanti beni e tanti mali quanti sono i diversi tipi di leggi. Locke stesso, com'è noto, ne riconosce, nell'Essay, tre tipi: la legge divina, la legge civile, la legge dell'opinione, e ammette francamente che essendo il bene e il male morale «la conformità o discordanza delle nostre azioni volontarie rispetto a qualche legge, in seguito a che ci procuriamo un bene o un male, a causa della volontà e del potere del legislatore», ciò che è bene per una legge può essere male per l'altra, come ad esempio il duello che è peccato rispetto alla legge di Dio, virtù in certi paesi per la legge del costume, delitto per la legge civile di certi altri paesi. Polin, è vero, cerca di nobilitare l'edonismo di Locke lustrandone la sua patina teologica per cui piaceri e dolori sono «segni» della saggezza divina, che debbono essere interpretati ragionevolmente. Ma resta il fatto che piacere e dolore sono idee semplici non ulteriormente riducibili, che non possono venir né descritte né definite, conoscibili solo con l'esperienza «come accade per le idee semplici dei sensi»; e che «le cose sono buone o cattive solo in rapporto al piacere e al dolore». L'edonismo è l'etica di un empiristica coerente e integrale.
Ma occorre forse ripetere che l'etica edonistica dell'Essay rimase un programma, non diventò mai un sistema? I fondamenti filosofici delle opere più propriamente dedicate al problema etico e politico non hanno niente a che vedere con l'edonismo dell'Essay. Lo stesso Polin non può fare a meno di osservare, a proposito degli Essays giovanili sul diritto naturale, che la dimostrazione della legge naturale si trova nella struttura teleologica del mondo, sino a concludere che il fondo del pensiero di Locke non è l'empirismo ma «l'esistenza di un ordine di cose pieno di senso, benché sfugga di fatto in parte alla curiosità degli uomini»; di conseguenza non può evitare di mettere in rilievo la sostanziale identità tra il giusnaturalismo degli anni giovanili e quello del secondo trattato sul governo civile dove i problemi di fondo del giusnaturalismo - l'esistenza, la conoscenza e il fondamento della legge naturale -, sono dati ormai come una volta per tutti risolti e quindi non bisognosi di particolare esame. Con questa osservazione Polin coglie, a mio parere, perfettamente nel segno. Ma proprio sulla base di questa osservazione, può essere sicuramente confermata la differenza profonda, rispetto ai fondamenti, tra l'Essay, che abbozza le linee di un'etica edonistica senza svilupparla, e l'opera politica principale, che sviluppa una compiuta teoria della società e dello stato senza troppo preoccuparsi dei fondamenti. E infatti l'edonismo dell'Essay, e il conseguente relativismo, restano, rispetto all'elaborazione effettiva di un sistema morale e politico, compiuta da Locke soprattutto nel secondo trattato, enunciazioni di principio, senza conseguenze. 

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Società civile e legge di natura
Il secondo trattato è un tentativo di ricostruzione razionale della società civile, ispirato al principio, meglio si direbbe al postulato, di una legge naturale che governa gli uomini, e che è compito della nostra ragione scoprire e della nostra volontà rendere efficace; rientra nel solco del giusnaturalismo moderno in ciò che ha di più caratteristico, cioè nel razionalismo etico, e lo riprende e lo utilizza proprio in quegli elementi fondamentali in cui il giusnaturalismo moderno riproduce quello classico (lo stesso Polin nota le somiglianze tra un testo di Locke e uno di Cicerone). Aggiungo che su questo punto sarei incline a vedere Locke anche meno moderno di quel che l'abbia considerato il Viano: le frequenti dichiarazioni sulla legge naturale che si trovano nel secondo trattato sono di un'acrisia e di un'ingenuità stupefacenti: vi si dice che la legge naturale «è scritta nel cuore di tutti gli uomini», oppure è reperibile «nella mente degli uomini», oppure è «evidente ed intellegibile ad ogni creatura ragionevole» ecc.. Quando poi si vada a vedere in che cosa consiste questa «natura» che ritorna quasi ad ogni pagina, ci si ritrova di nuovo di fronte alla vecchia teoria delle inclinationes) che corre lungo tutto l'arco dei giusnaturalismo; di queste inclinationes Locke nomina espressamente il desiderio (desire) di conservazione e quello di procreazione (I, 88).
Con questa contrapposizione tra l'etica dell'Essay e l'etica degli scritti giuridici e politici non si vuol dire che questi ultimi compongano una linea coerente di sviluppo e non esista tra gli scritti della giovinezza e quelli della maturità alcuna differenza. Una differenza esiste, anche se Polin, tutto preso dalla sua ricostruzione unitaria, non ha creduto di doverla sottolineare. Anzitutto vi è una differenza rispetto ai fondamenti. Nei primo degli Essays Locke dà della legge naturale una definizione volontaristica: «Ordinatio voluntatis divinae lumine naturae cognoscibilis»; nel secondo trattato, probabilmente sotto l'influsso di Richard Hooker, identifica sic et simpliciter la legge naturale con la ragione: «And Reason, which is that Law» (Il, § 6). Locke aveva subito nei primi anni, come ora è stato rivelato dallo studio e dalle pubblicazioni dei due scritti sul magistrato civile, l'influsso di Hobbes, tanto da essersi messo dalla parte di coloro che negavano una sfera riservata alla libertà dell'individuo nelle cose indifferenti e appoggiavano le tesi autoritarie dei sostenitori del potere assoluto e arbitrario del sovrano. Il volontarismo del giovane Locke riecheggiava il volontarismo del vecchio Hobbes, che proprio negli stessi anni in cui Locke iniziava la sua carriera di scrittore, componeva la sua ultima opera giuridica, il Dialogue between a Philosopher and a Student of the Common Laws of England, in cui ribadiva energicamente, sin dalle prime pagine, la sua convinzione col detto: «It is not wisdom. but authority that makes a law». Ma per cancellare ogni differenza tra i saggi giovanili e il secondo trattato Polin è costretto ad attenuare l'hobbesianesimo iniziale di Locke: a tal fine cita alcuni passi sulla libertà della Prefazione al lettore del primo trattato sul magistrato civile nei quali non riesco a trovare che un elogio di maniera e un riconoscimento a denti stretti della libertà civile, inserito in un contesto di così zelante ossequio all'autorità e di così evidente intonazione autoritaria da far comprendere benissimo l'oblio in cui lo stesso Locke volle tenere quelle sue prime esercitazioni di scrittore politico. La tesi centrale del primo trattatello, di sapore tipicamente hobbesiano (certamente più del secondo), è che il supremo magistrato «qualunque sia il modo in cui è creato, deve necessariamente avere un potere assoluto e arbitrario su tutte le azioni indifferenti del suo popolo». Circa il problema del diritto del sovrano di intervenire nelle cose indifferenti relative al culto c'erano due tesi in contrasto: la tesi, che oggi diremmo liberale, che lo negava; la tesi antiliberale che lo affermava. Locke scrive i due trattatelli per sostenere la seconda tesi, cioè per sostenere una tesi che è diametralmente opposta a quella che difenderà negli scritti successivi, a cominciare dall'Essay concerning toleration, del 1667, che hanno fatto di lui il filosofo della tolleranza e del liberalismo. La spaccatura tra il primo e l'ultimo Locke è nettissima, e riguarda non soltanto i fondamenti, ma, quel che è più, le soluzioni: il Locke del secondo trattato è l'antitesi del Locke dei due trattatelli giovanili, e il passaggio dall'una all'altra fase è segnato da un rapido e risoluto distacco dal primitivo, convinto hobbesianesimo. Hobbes era stato il più ardito e conseguente teorico del dovere d'obbedienza: nel De cive aveva chiamato quest'obbedienza «semplice» per fare intendere che l'obbedienza del suddito deve essere tanto estesa quanto basti per consentire al sovrano l'esercizio del suo diritto, e non se ne può dare una maggiore. Locke, nel secondo trattato, difenderà con abilità e con argomenti che qualsiasi scrittore autoritario non esiterebbe a considerare demagogici, il diritto di resistenza. Al contrario, nei due trattatelli giovanili il diritto di resistenza non è riconosciuto, neppure nei casi più odiosi di abuso del potere da parte del sovrano. Locke ammette, sì, nel secondo trattatello, molto più interessante dal punto di vista della teoria generale della politica e del diritto, e anche meno hobbesiano del primo, l'obbedienza passiva, che Hobbes aveva respinta; ma l'obbedienza passiva era un omaggio all'ipocrisia assai più che un riconoscimento della libertà dei sudditi; e l'ammette comunque soltanto nel caso estremo di prevaricazione, quando il sovrano viola la legge naturale. In altri due casi di potere distorto, quello del sovrano che regola comportamenti riservati al suo potere (le cose indifferenti) ma con intenzione cattiva, e quello del sovrano che regola comportamenti indifferenti vincolando anche la coscienza, Locke pretende addirittura l'obbedienza attiva. Quanto al sovrano prevaricatore, Locke ripete la formula tradizionale di ogni teoria assolutistica, affermando che questi non viola alcun diritto dei sudditi, ma semplicemente commette peccato: il che dal punto di vista giuridico comporta due conseguenze: a) il sovrano è obbligato solo di fronte a Dio e quindi risponde dei propri misfatti politici solo di fronte a Dio e non ai sudditi; b) i sudditi non hanno alcun diritto a che il sovrano non eserciti oppressivamente il potere (solo Dio ha questo diritto), e pertanto non hanno quel diritto di opposizione all'abuso, in cui consiste appunto il diritto di resistenza. Di fronte ad uno dei problemi centrali della filosofia politica di tutti i tempi, quali siano la natura e i limiti dell'obbligazione politica, è difficile immaginare due posizioni più contrastanti come quelle del primo e del secondo Locke.
Rispetto all'altro tradizionale problema di ogni interpretazione lockiana, quale sia il rapporto tra la filosofia di Locke e il suo pensiero politico, tra il Locke dell'Essay e il Locke dei Two Treatises, Polin prende una posizione altrettanto netta: mentre Laslett, come abbiamo visto, esclude qualsiasi rapporto tra l'una e l'altra opera, Polin sostiene con forza la tesi dell'unità del pensiero lockiano e quindi dell'indissolubilità delle due opere, testualmente di una «solidarité incomparable», onde non si può comprendere l'una senza l'altra. Per provare il suo assunto, non segue però la via più battuta: tra i vari argomenti, sceglie quello piuttosto insolito del «potere». Effettivamente, come si è visto, il tema centrale della teoria politica lockiana è il tema del potere: tutto il secondo trattato si può considerare come un tentativo di caratterizzare il potere civile come tipo di potere distinto tanto dal potere familiare quanto dal potere dispotico. Al concetto di potere è dedicato uno dei capitoli più discussi dell'Essay, il capitolo ventunesimo che contiene la celebre trattazione della libertà. Ma quale sia poi il rapporto tra il concetto di potere illustrato dall'Essay e quello di cui si vale nel secondo trattato, il Polin non si sofferma a spiegare, La verità è che non esiste alcun rapporto. Quando Locke parla dell'idea del potere nell'Essay si riferisce ai poteri naturali (il potere del fuoco di fondere l'oro); i poteri del secondo trattato sono poteri umani o morali, istituiti dall'uomo. È singolare che nella prima opera non vi sia alcun riferimento ai poteri istituiti, nella seconda non vi sia alcun riferimento ai poteri della natura: nelle due opere Locke parla di due concetti che appartengono per lo meno alla stessa famiglia, ma non mostra di accorgersene, e non accenna neppure con la più tenue allusione al possibile passaggio dall'uno all'altro. Chi volesse cercare di gettar qualche luce sulla teoria del potere politico studiando l'analisi del concetto di potere nell'Essay, tornerebbe a mani vuote. Quanto al problema della libertà, la lunga trattazione dell'Essay si riferisce alla libertà del volere, il secondo trattato si riferisce alla libertà civile, intesa nel duplice senso di potere di agire non impedito dal potere altrui e di dovere di non sottomettersi ad altro potere che a quello stabilito per comune consenso (11, S 22): la prima trattazione non è di alcuna utilità al chiarimento della seconda, dal momento che l'una esamina il problema della libertà di scelta, connesso alla questione del determinismo e dell'indeterminismo, l'altra esamina il problema della libertà politica, connessa alla questione dell'assolutismo e del liberalismo. E di fatto Locke non mostra mai di avere alcun interesse di passare dall'una all'altra.

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Locke, un hobbesiano mascherato?
Il libro di Richard H. Cox solleva un altro dei problemi più dibattuti della critica lockiana: il problema dei rapporti tra Hobbes e Locke. Cox rovescia l'opinione tradizionale che considera Locke l'antitesi di Hobbes, e sostiene sulla base di una minuziosa indagine testuale, soprattutto sul concetto lockiano di stato di natura, che l'influsso di Hobbes su Locke fu determinante rispetto alla posizione assunta da Locke di fronte ai problemi della guerra e della pace, o dei rapporti degli stati tra loro, molto maggiore di quel che di solito si creda e di quel che Locke stesso avesse voluto lasciar trapelare. Laslett si era limitato a sostenere che il bersaglio polemico di Locke nel secondo trattato non era Hobbes ma Filmer; Cox fa un passo innanzi, e vede profondi motivi hobbesiani anche nel Locke maturo. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, sull'hobbesismo degli scritti giovanili di Locke non è più lecito aver dubbi. Si tratta di sapere ora se Locke continua a restare hobbesiano, per lo meno sotto certi aspetti, nella sua opera maggiore, ad onta del fatto che Hobbes non venga mai citato, e che anzi Locke abbia dichiarato nella tarda età di non averlo mai letto.
Cox parte dalla constatazione inoppugnabile che la teoria lockiana dei rapporti tra gli stati è identica a quella di Hobbes: gli stati vivono fra loro allo stato di natura e quindi i loro rapporti non sono regolati da altra legge che da quella naturale. Basterà citare il passo del § 14 del secondo dei Two Treatises, in cui Locke per dimostrare che lo stato di natura è uno stato storico, che è esistito ed esiste tuttora, adduce l'esempio dei «principi e magistrati di governi indipendenti» che «per tutto il mondo sono in uno stato di natura» Si potrebbe subito obiettare che il problema dei rapporti fra stati è nel pensiero di Locke marginale: scrivendo i Two Treatises Locke si proponeva di elaborare una teoria dei rapporti tra governo e cittadini, non tra uno stato e gli altri stati, e quindi che cosa abbia scritto intorno a questo secondo problema non ha molta importanza al fine di caratterizzare il suo pensiero. Peraltro, se lo stato dei rapporti internazionali è lo stato di natura, e l'idea che Locke ha dei rapporti internazionali è hobbesiana, non sarà da vedere se per avventura la derivazione da Hobbes non debba essere cercata nella concezione stessa che Locke ha dello stato di natura? Effettivamente Cox sostiene che la concezione lockiana dello stato di natura non è diversa da quella di Hobbes. La parte più interessante e più sottile del suo libro è dedicata alla dimostrazione di questa tesi.
Bisogna riconoscere che la concezione lockiana dello stato di natura è molto ambigua. Netta era la concezione hobbesiana, secondo cui lo stato di natura è uno stato di guerra; altrettanto netta quella di Pufendorf secondo cui lo stato di natura è uno stato di pace. Possiamo supporre che l'incertezza di Locke dipendesse dal fatto che l'ipotesi hobbesiana era più attraente e perfettamente adeguata allo scopo, ma era contraria non soltanto alle sacre scritture, ma anche alla storia; la teoria pufendorfiana, invece, andava d'accordo con le sacre scritture, ma era inutilizzabile: se infatti gli uomini vivevano pacificamente allo stato di natura, a quale scopo avrebbero dovuto abbandonarlo per entrare nello stato civile? L'ambiguità della posizione lockiana si manifesta in modo sconcertante nel contrasto tra il famoso passo del § 19 del secondo trattato in cui si afferma che stato di natura e stato di guerra «per quanto taluni li abbiano confusi» sono distinti «come lo sono tra loro uno stato di pace, benevolenza, assistenza e conservazione reciproca e uno stato di ostilità, malvagità, violenza e reciproca distruzione», e il paragrafo successivo dove si legge che nello stato di natura «per mancanza di leggi positive e di giudici forniti di autorità a cui appellarsi, lo stato di guerra, una volta cominciato, continua». Conducendo a fondo l'analisi testuale, Cox mostra che via via che Locke si allontana dalle prime pagine dimentica completamente la prima affermazione e ribadisce, magari incidentalmente, la seconda, suscitando il sospetto che questa e non quella corrisponda al suo reale pensiero. All'inizio del cap. IX (§ 123), infatti, esponendo ancora una volta le ragioni per cui l'uomo decide di abbandonare lo stato di natura, lo descrive in termini puramente hobbesiani come quello stato in cui il godimento dei diritti «è molto incerto e continuamente esposto alla violazione da parte di altri», come una condizione «piena di timori e di continui pericoli». Verso la fine dell'opera lo stato di natura è addirittura considerato sinonimo di stato «della pura anarchia» (II, § 225); e poco dopo, per designare a situazione, cui riportano lo stato coloro che governano dispoticamente, si parla di stato di guerra (II, § 226). Poiché la situazione cui gli individui ritornano quando è infranto il contratto sociale lo stato di natura, stato di natura e stato di guerra sono la stessa cosa?.
Di questa ambiguità il Cox dà una spiegazione meramente psicologica: Hobbes era un maestro pericoloso e Locke un discepolo pavido e guardingo, che non intendeva rinunciare alle idee hobbesiane ma non voleva manifestarle troppo apertamente; cercava di insinuarle o di mormorarle, mentre pronunciava ad alta voce, soprattutto nelle prime pagine per stornare l'attenzione dei lettori malevoli, il nome del giudizioso Hooker, teologo ufficiale e non sospetto. La duplicità della concezione lockiana dello stato di natura sarebbe dunque per il nostro autore l'effetto di doppiezza, se pur giustificata dalla nobiltà del fine, e in fin dei conti Locke sarebbe, per lo meno nel modo di intendere lo stato di natura e le relazioni internazionali, un Hobbes mascherato (e per giunta mascherato male). Per dimostrare questa tesi, Cox accumula, saltando destramente da una citazione all'altra, denunciando le manipolazioni di testi biblici, prove su prove. Ma finisce per provar troppo: alla fine del libro la nostra immagine di Locke si sovrappone su quella tradizionale di Hobbes, e fanno un'immagine sola. Ma un'immagine in cui non si riesce più a distinguere Hobbes da Locke è un'immagine confusa.

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Assonanze, distinzioni, divergenze
Anzitutto la spiegazione psicologica dell'ambiguità lockiana è insufficiente. Non tiene conto della difficoltà oggettiva del problema che Locke doveva risolvere: se lo stato di natura veniva concepito come perverso alla maniera hobbesiana, si ponevano le basi per una teoria assolutistica del potere, cioè per una teoria che avrebbe elevato lo stato ad antitesi radicale dello stato di natura e quindi avrebbe concepito lo stato come soppressione totale dello stato di natura; se lo stato di natura veniva concepito come pacifico alla maniera pufendorfiana, si adduceva un argomento formidabile in favore della superfluità dello stato civile. Locke si propose di elaborare una teoria dello stato in cui fosse dimostrata, sì, la necessità dello stato ma insieme anche i limiti del potere civile: il suo stato avrebbe dovuto essere non l'antitesi dello stato di natura, ma la sua redenzione, non l'abrogazione delle leggi naturali, ma la loro conservazione e garanzia. La tanto discussa ambiguità lockiana deriva, a mio parere, dalla prospettiva da cui Locke si pone per definire lo stato di natura, distinguendo, da un lato, lo stato di natura quale deve essere, in cui gli uomini, creature ragionevoli, si dirigono secondo le leggi della natura, conoscibili dalla ragione, dall'altro, lo stato di natura quale può diventare, posto che di fatto non tutti gli uomini sono ragionevoli e quindi non sempre sono in grado di conoscere la legge naturale né, conoscendola, di seguirla. La differenza essenziale tra lo stato di natura hobbesiano e quello lockiano sta nel fatto che il primo è uno stato di guerra per principio e quindi in modo permanente ed esclusivo, mentre il secondo può diventare, di fatto, uno stato di guerra, se alcune condizioni per il rispetto delle leggi naturali non sono osservate, ma di diritto, cioè secondo la sua essenza, è lo stato perfetto, ovvero, come si legge sin dalle prime righe, «di perfetta libertà di regolare le proprie azioni ecc. ecc.» (II, § 4). Si osservi la differenza tra la definizione hobbesiana, secondo cui «non si può negare che lo stato naturale degli uomini, prima che si costituisse la società, fosse uno stato di guerra, e non di guerra semplicemente, ma di guerra di ciascuno contro tutti gli altri» e quella, già citata, di Locke: «lo stato di guerra, una volta cominciato, continua». La differenza sta proprio nell'inciso «una volta cominciato» (once begun): nello stato di natura hobbesiano la guerra è l'essenza. in quello lockiano è un accidente, se pur decisivo e lo sviluppo del genere umano.
In secondo luogo la circostanza, notata dal Cox, che Locke quando parla dello stato di natura, al di fuori del capitolo appositamente dedicato all'argomento, lo considera come uno stato di guerra o di anarchia, non basta a fare di Locke un hobbesiano. Le ragioni per cui lo stato di natura è, per Hobbes, e diventa, per Locke, uno stato di guerra sono molto diverse; e questa diversità spiega poi la diversità del rimedio escogitato rispetto al quale Hobbes e Locke diventano i campioni di due teorie antitetiche dello stato. Rispetto al punto di partenza lo stato di natura di Hobbes e quello di Locke sono apparentemente identici: entrambi sono stati di perfetta libertà e di perfetta eguaglianza. Ma libertà ed eguaglianza hanno in Hobbes e Locke ben diversi significati: la libertà hobbesiana consiste nel diritto illimitato di ciascuno su tutte le cose (ius in omnia), solo di fatto limitato dall'eguale diritto di tutti gli altri; la libertà di Locke è il potere per sua natura limitato, di agire nella sfera delle cose indifferenti, cioè nella sfera dei comportamenti non regolati dalla legge naturale. L'eguaglianza di cui parla Hobbes è l'eguaglianza fisica o delle forze («sono eguali quelli che possono compiere, l'uno contro l'altro, gli stessi atti» ); quando Locke parla di eguaglianza intende quello stato «in cui ogni potere e ogni giurisdizione è reciproca, nessuno avendone più di ogni altro», e in cui non esiste «subordinazione o soggezione» di un individuo su un altro (§ 4), si riferisce cioè ad una eguaglianza non fisica ma giuridica. Dal diverso modo di intendere la libertà e l'eguaglianza, deriva il diverso modo di spiegare l'origine e la ragione della trasformazione dello stato di natura in istato di guerra: in Hobbes la guerra di tutti contro tutti è una conseguenza e della libertà illimitata che mette necessariamente ogni uomo contro il suo simile e dell'eguaglianza fisica che rende possibile materialmente l'offesa (se gli uomini fossero per natura diseguali, non vi sarebbe guerra ma sottomissione del più debole al più forte); secondo Locke, perché nasca dallo stato di natura uno stato di guerra, devono verificarsi due condizioni: a) che un individuo abusi della sua libertà (solo di una libertà limitata, come quella di Locke, si può abusare), violando le leggi naturali; b) che la persona dell'offeso, facendosi giustizia da sé per effetto dell'eguaglianza reciproca, e quindi della mancanza di un superiore cui possa appellarsi per rintuzzare l'offesa e punire il colpevole, ecceda nella difesa e offenda a sua volta l'offensore. Lo stato di natura hobbesiano è, immediatamente, uno stato di guerra: non può essere, dati i presupposti, che uno stato di guerra. Al contrario, perché lo stato di natura lockiano diventi uno stato di guerra occorre in un primo tempo la violazione di una qualsiasi legge naturale che prescrive una determinata condotta, cioè, secondo la terminologia moderna, della norma primaria, in un secondo tempo, la violazione della legge naturale che autorizza l'offeso a chiedere una giusta riparazione del danno o una giusta punizione del colpevole, cioè della norma secondaria. Come si vede, gl'inconvenienti che Hobbes scopre nello stato di natura sono molto più gravi di quelli che vi scopre Locke: per Hobbes manca nello stato di natura addirittura la legge perché la legge positiva non esiste ancora e quella naturale esiste ma è inefficace, per Locke manca soltanto il giudice imparziale cioè colui che s'imponga ai litiganti per fare rispettare la legge naturale. Sinteticamente: nello stato di natura lockiano mancano, nel senso che non esistono, soltanto le norme secondarie; in quello hobbesiano mancano, nel senso che non sono efficaci, anche le norme primarie. Proprio perché lo stato di natura hobbesiano è uno stato senza leggi, in cui ogni individuo, così come il sovrano una volta costituito il potere civile, è legibus solutus, è uno stato di totale anarchia, quello lockiano, essendo privo di giudici imparziali, corre continuamente il pericolo di degenerare in uno stato di anarchia: è uno stato di guerra non totale e permanente, ma parziale e intermittente, non esistente ab initio, ma destinato probabilmente a continuare, per ripetere ancora una volta il testo più espressivo del secondo trattato, once begun.
Poiché il rimedio agli inconvenienti dello stato di natura è lo stato civile, la diversa gravità degli inconvenienti giustifica la diversa natura e rimedio. Hobbes e Locke, partendo da presupposti diversi, giungono a conclusioni diverse; se si vuole, le conclusioni diverse cui giungono, e su cui nessuno può sollevare dubbi fondati, sono alla loro volta una riprova della diversità dei presupposti, che un'analisi come quella di Cox finisce per far dimenticare. Hobbes, partendo dal presupposto dell'inesistenza delle leggi nello stato di natura, attribuisce al potere civile il compito primario di fare le leggi, e non concepisce altre leggi vincolanti che quelle poste dal potere civile; Locke, prendendo le mosse dall'inesistenza del giudice imparziale, attribuisce al potere costituito il principale compito di dirimere le controversie che possono sorgere tra gli individui nella applicazione delle leggi naturali. Hobbes: a male radicale, rimedio radicale. Locke: a male parziale, rimedio parziale. Lo stato di Hobbes nasce con il compito di cancellare anche l'ultima traccia dello stato di natura, è una restauratio ab imis fundamentis; lo stato di Locke nasce con il compito più limitato di correggere lo stato di natura e di farlo riemergere, con tutti i suoi vantaggi, quanto più è possibile, nello stato civile.

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Locke, teorico del capitalismo.
Anche Macpherson, come Cox, riconduce Locke ad Hobbes. Ma il procedimento dei due autori è diverso: Cox isola un tema, quello dei rapporti internazionali, e mostra che rispetto a questo tema i testi di Hobbes e quelli di Locke sono identici; Macpherson elabora una categoria storiografica generalissima, quella che dà il titolo al volume, la categoria dell'individualismo possessivo, e vi comprende tanto Hobbes che Locke (oltre i livellatori e Harrington). Se il primo metodo, come abbiamo visto, pecca per la parzialità della prospettiva, il secondo conduce a vedere le somiglianze generiche, che nessuno ha mai potuto negare, e a perdere di vista le differenze specifiche, quelle che contano. Locke rappresenterebbe, dunque, secondo il Macpherson, il punto culminante della teoria individualistica della società, di cui Hobbes rappresenta il principio. Il carattere peculiare che contraddistingue l'individualismo che va da Hobbes a Locke è di essere «possessivo», ossia di considerare «l'individualismo come essenzialmente proprietario della sua propria persona o capacità, e quindi come in nulla debitore verso la società di ciò che possiede». L'individualismo possessivo è la teoria che riflette la nascita della società borghese e del capitalismo moderno, e si ispira al modello di una società contraddistinta dall'economia di mercato e dalla riduzione del lavoro a merce (il lavoro alienato), che il Macpherson chiama, analogamente, «società di mercato possessiva». Basta richiamare per un momento alla mente la teoria lockiana della proprietà, magari proprio l'inizio del § 27 del secondo trattato, dove Locke deriva il diritto di proprietà sulle cose dalla proprietà che ogni uomo ha sulla propria persona e quindi anche sul «lavoro del suo corpo» e sull'«opera delle sue mani», per rendersi conto che Locke è inconfutabilmente un individualista possessivo.
La parte migliore dell'analisi del Macpherson è quella in cui l'autore sfata la leggenda, di tanto in tanto riaffiorante, di un Locke precorritore di idee socialiste. Nella dottrina di Locke, condotta alle sue estreme conseguenze, si trovano, invece, tutte le premesse per giustificare il diritto alla accumulazione illimitata della ricchezza, propria della società capitalistica in espansione. Alcune pagine di Macpherson illustrano abilmente il contrasto, nella teoria lockiana della proprietà, tra i limiti della proprietà inerenti ad un diritto che trova il proprio fondamento nel lavoro, e il superamento di questi limiti che di fatto avviene nella società reale descritta da Locke: per «limiti» della proprietà intendendosi non già, nel senso in cui ne parlerebbe un giurista, i limiti all'esercizio del diritto di proprietà, ma i limiti rispetto alla possibilità di accumulare ricchezza, cioè rispetto alla quantità di beni di cui un individuo può disporre. Secondo l'analisi di Macpherson questo diritto all'accumulazione non ha, per Locke, alcun limite, non tanto per quel che egli dice espressamente, ché anzi egli afferma il contrario, ma secondo quel che si può ricavare dall'interpretazione della sua dottrina. Macpherson illustra tre limiti inerenti al concetto stesso di proprietà fondata sul lavoro e i tre rispettivi superamenti: 1) ognuno impossessandosi col proprio lavoro di una parte del mondo esterno ne deve lasciare quanto basti perché anche gli altri possano sopravvivere. A parte la considerazione che questo limite nasce da un obbligo morale derivato dalla legge naturale, che impone ad ognuno di esercitare i propri diritti in modo da non rendere impossibile l'esercizio dei diritti altrui, ed obbliga solo in coscienza, esso è superato di fatto dalla constatazione, da Locke spesso ribadita, che di terra ce n'è in abbondanza per tutti, e non c'è quindi da temere che l'appropriazione di uno, per quanto estesa, possa impedire l'accumulazione degli altri; 2) poiché il fine dell'istituto della proprietà è il sostentamento proprio e della propria famiglia, ciascuno ha diritto soltanto sulle cose che servono a questo fine, e pertanto non può accumulare beni che, non usati, finirebbero per deteriorarsi, e sarebbero quindi sottratti agli altri senza proprio vantaggio. Ma questo limite non ha un valore assoluto: vale soltanto in una società primitiva in cui non sia ancora comparsa la moneta: la caratteristica della moneta è di essere un bene indeperibile, e quindi accumulabile indefinitamente senza danneggiare altri. Chi accumula più grano di quel che possa consumare, defrauda tutti gli altri della parte che lascia marcire; chi accumula monete, che non si deteriorano, non sottrae nulla a nessuno. Locke riconosce apertamente che con l'introduzione della moneta «gli uomini hanno consentito a un possesso della terra sproporzionato e ineguale» (II, § 50); 3) se il lavoro è il fondamento del diritto di proprietà, è naturale che la capacità di lavoro di ciascuno ne costituisca anche il limite. Si potrebbe formulare il principio: «Ciascuno ha un diritto su tutto ciò che è frutto del suo lavoro». L'energia lavorativa di ciascuno ha dei limiti; quindi il diritto di proprietà è naturalmente limitato quanto alla sua possibile espansione. Ma il lavoro di cui parla Locke è il lavoro mio o è anche il lavoro degli altri che lavorano per me? La risposta lockiana non è dubbia: il lavoro è cosa che appartiene all'uomo, il quale può alienarlo come può alienare tutte le cose di cui è in possesso. Ammessa l'alienabilità del lavoro, colui che acquista il lavoro altrui ha diritto sulle cose prodotte dal lavoro acquistato, quindi ha tanto maggiore proprietà quanto ha più gente che lavora per lui. Così viene trasceso il limite al diritto di proprietà nascente dalla disponibilità naturalmente limitata delle proprie energie.
Quest'analisi dei limiti della proprietà, posti e superati, può essere utilmente integrata dalla menzione di un quarto «limite trasceso», di cui Macpherson non fa menzione: si tratta del limite derivante naturalmente dalla constatazione che la stessa vita umana è limitata. Se il diritto di proprietà è legato all'energia spesa dall'uomo per trasformare le cose materiali e farne oggetti utili, il diritto dovrebbe cessare quando l'energia vien meno, cioè con la morte. Che cosa avviene alla morte del proprietario dei beni che gli appartengono? Il problema del diritto successorio viene discusso incidentalmente da Locke nel primo dei Two Treatises (I, § 86 e ss.), e per questo è di solito trascurato dagli studiosi, ma non per questo è meno rilevante al fine che il Macpherson si è proposto. Secondo la logica del sistema, poiché la proprietà nasce dallo sforzo personale con cui ognuno prende e trasforma le cose originariamente in comune, queste cose dovrebbero tornare alla morte del proprietario alla comunità. Ma Locke esclude di proposito questa limitazione, e la esclude introducendo, accanto allo istinto di conservazione, l'istinto di propagazione, da cui nasce «nei figli il titolo a partecipare alla proprietà dei genitori e il diritto di ereditare i loro possessi» (I, § 88). Come non c'è bisogno di lavorare in proprio perché è sufficiente che lavorino per me altri di cui ho acquistato l'energia lavorativa; così non c'è bisogno di lavorare in proprio anche per un'altra ragione: basta essere discendenti legittimi di chi ha lavorato per noi.

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Il punto di vista di Macpherson
Se sono accettabili le osservazioni di Macpherson sulla teoria della proprietà in Locke, non sono altrettanto accettabili, anzi sono francamente incredibili, le conclusioni che ne trae, quali le due seguenti: a) Locke è uno scrittore collettivista e non individualista, inteso il collettivismo come quella dottrina che afferma la supremazia dello stato sull'individuo; b) il potere supremo di Locke è assoluto come quello di Hobbes, e pertanto non c'è alcuna differenza tra il secondo trattato e gli scritti giovanili. Su quest'ultimo punto Macpherson si ricongiunge alla tesi di Polin, ma per una ragione diametralmente opposta: Polin vede una continuità tra l'uno e l'altro Locke perché considera anche il primo Locke come un liberale; Macpherson vede una continuità tra i due estremi, perché considera anche il secondo Locke come un assolutista. Per sostenere queste sue tesi paradossali Macpherson porta innanzi soprattutto due argomenti: aa) la società di Locke è una società di classe fondata sulla disuguaglianza non solo economica ma anche spirituale degli uomini (i poveri non sono neppure essere ragionevoli); bb) lo stato non ha altro scopo che la difesa della proprietà.
Entrambi gli argomenti sono, a mio giudizio, irrilevanti: altro è la struttura economica e sociale di una società, altro la sua struttura giuridica che sola è in questione quando si discute di assolutismo e di liberalismo. Macpherson confonde la considerazione sulla sostanza con la considerazione sulla forma, e trasporta il proprio giudizio politico sul terreno della teoria giuridica dello stato, di cui non riesce a cogliere i caratteri originali. Non si vede quale sia il nesso logico tra l'affermazione che lo stato appartiene solo ai proprietari e l'affermazione che lo stato è superiore agli individui. Il Macpherson si limita ad affermare che se lo stato deve essere in grado di proteggere le proprietà «l'autorità politica deve essere suprema sopra gli individui, altrimenti non ci può essere alcuna sicurezza che le istituzioni della proprietà essenziali a questo genere d'individualismo possano avere sanzioni adeguate». Ma che l'autorità dello stato debba essere suprema e un'affermazione così ovvia che non si sa quale conseguenza se ne possa trarre: i problemi di fondo di una teoria dello stato vengono dopo, cioè quando si comincia a discutere se quest'autorità suprema abbia limiti e di quale natura ed estensione. Ora su questo punto l'analisi di Macpherson è stranamente lacunosa: si richiama esclusivamente ai passi del capitolo nono in cui Locke, descrivendo il passaggio dallo stato di natura allo stato civile, dice che questo passaggio avviene con la rinuncia da parte degli individui ai due poteri fondamentali che l'uomo possiede nello stato di natura, quello di provvedere alla propria conservazione e quello di punire coloro che violano la legge naturale, e con il trasferimento di questi diritti al corpo politico. Ma sorvola sulle ragioni per cui avviene questo passaggio, che consistono essenzialmente, com'è noto, e come Locke non si stanca dal ripetere ad ogni occasione, nella conservazione della proprietà. A parte il fatto che il nostro autore sembra ignorare i passi, ben noti, in cui Locke afferma di intendere «proprietà» in senso largo sì da includervi altri diritti naturali come la vita e la libertà, la difesa della proprietà, comunque intesa, costituisce dello stato non soltanto lo scopo, ma anche il limite: Hobbes, che mirava a eliminare il più possibile le limitazioni al potere dello stato, aveva concepito la proprietà non come un diritto naturale ma come un diritto positivo; Locke, invece, già nello stesso passo dianzi citato, che Macpherson adduce per sostenere la propria tesi: «... gli uomini, quando entrano in società, rimettono l'eguaglianza, la libertà e il potere esecutivo, che essi hanno nello stato di natura, nelle mani della società», aggiunge poco dopo che «il potere della società, o il legislativo da essi costituito, non si può mai supporre che trascuri il bene comune, ma è obbligato a garantire la proprietà di ciascuno» (II, § 131). Questo passo deve essere collegato coi due passi stranamente passati sotto silenzio dal Macpherson, in cui Locke esamina i casi di dissoluzione del governo per abuso di potere da parte del legislativo o dell'esecutivo, e di conseguente legittimazione del diritto di resistenza. Il primo passo è molto chiaro: «Il legislativo agisce contro la fiducia riposta in lui, quando tenta di violare la proprietà dei sudditi e di rendere sé o una parte della comunità padrone o signore arbitrario delle vite, libertà ed averi del popolo» (II, § 221). Il secondo passo è ancora più chiaro «Il legislativo [...] ogni qualvolta [...] tenta di porre in possesso proprio o in mani altrui il potere assoluto sulle vite, libertà e averi del popolo, con questa infrazione della fiducia perde il potere che il popolo ha posto nelle sue mani per fini del tutto opposti, e questo potere ritorna al popolo, che ha il diritto di riprendere la sua libertà originaria» (II, § 222). Si noti quel «padrone o signore arbitrario» del primo passo e quel «potere assoluto sulle vite, libertà e averi» del secondo: il Locke degli scritti giovanili non aveva avuto alcun ritegno ad usare questi due aggettivi, quando aveva affermato che il sovrano, in qualunque modo sia creato, deve «necessariamente avere un potere assoluto e arbitrario su tutte le azioni indifferenti del suo popolo».
Macpherson cerca di sfuggire alla evidente difficoltà in cui si viene a trovare con l'equiparazione tra scritti giovanili e scritti della maturità, sottolineando che questo potere assoluto ed arbitrario di cui Locke parla negli scritti giovanili si esplica sulle cose indifferenti: ma per l'appunto ciò che è mutato dai primi scritti agli ultimi è l'estensione di questo potere. Pur prescindendo dal mutamento avvenuto nelle idee di Locke rispetto al potere del sovrano in materia religiosa, e restringendoci alla questione del potere in materia economica, nel secondo trattato la sfera di cose moralmente indifferenti che riguardano la formazione della proprietà e i rapporti economici, è di dominio esclusivo dell'individuo, e il corpo politico ne è soltanto a posteriori il garante o il custode. Anzi che essere lo stato padrone assoluto e arbitrario dei beni degli individui (come in Hobbes), gli individui proprietari, cioè padroni di beni, finiscono per diventare anche i padroni dello stato. La novità della costruzione lockiana che ne fa il modello dello stato liberale-borghese è l'individuazione e la scoperta dello stadio dei rapporti economici tra gli individui precedente allo stadio delle strutture politiche. Lo stato di natura non è più in Locke uno stato ipotetico, ma è lo stato in cui si sviluppano i rapporti economici naturali, e questi rapporti sono naturali per il fatto che si formano e si consolidano indipendentemente dall'intervento dello stato: il quale, se mai, ne è l'organo di registrazione e di coordinamento. La regolamentazione i quella vasta sfera di cose moralmente indifferenti che è costituita dalle azioni economiche, è affidata agli individui medesimi, cioè è sottratta al potere assoluto e arbitrario dello stato. Far passare Locke per un «collettivista» significa non intendere il significato della sua riforma che consiste nel porre la sovrastruttura politica al servizio della struttura economica, nel subordinare il potere politico al potere economico, nell'invertire insomma i termini del problema quali erano stati posti da Hobbes.

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Locke e il giusnaturalismo
Le ragioni del rinnovato interesse per Locke in Italia non sono difficili da spiegare: da un lato, l'avvento del nuovo regime democratico ha indotto a rileggere con rinnovata curiosità le opere classiche del pensiero liberale, dall'altro, la crisi dell'idealismo, in genere della filosofia speculativa, ha aperto la strada verso una considerazione meno superficiale della tradizione della filosofia empiristica, e fatto volgere gli sguardi, con insolita attenzione, al pensiero anglosassone. È abbastanza significativo il fatto che tra i grandi filosofi del passato Locke fosse stato in Italia, nell'ultimo secolo, uno dei meno tradotti. Nel 1919 era apparsa nella collezioncina della «Cultura dell'anima» di Carabba una traduzione dell'Essay for the Understanding of St. Paul's Epistles, a cura di F.A. Ferrari; nel 1925 la traduzione del secondo dei Two Treatises, col titolo tradizionale della prima traduzione francese del 1691, Saggio sul governo civile, a cura di V. Beonio Brocchieri; nel 1933, la traduzione dell'Epistola de tolerantia, presso Carabba, a cura dello stesso Ferrari. L'opera principale, incredibile a dirsi, non era più stata tradotta: l'unica traduzione, tratta da quella francese del Coste, era apparsa nella «Collezione di Classici Metafisici» del Bizzoni a Pavia nel 1819 (in otto piccoli tomi). Bisogna riconoscere che questa grossa e strana lacuna è stata colmata rapidamente ed egregiamente, in pochi anni, subito dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1948 Luigi Pareyson diede alle stampe una buona traduzione dei Due trattati sul governo civile, cui si è già accennato, aggiungendo in appendice la prima traduzione italiana del Patriarcha del Filmer. Pure nel 1948 apparve, a cura di Armando Canini, la traduzione del Draft B dell'Essay, col titolo La conoscenza umana, presso l'editore Laterza. Seguì nel 1951, presso lo stesso editore, Il Primo abbozzo del Saggio, a cura di Vittorio Sainati: entrambe le traduzioni erano per così dire l'anticipazione e la preparazione della traduzione dell'opera maggiore che apparve nel 1951 nella collana dei «Classici della filosofia moderna» di Laterza, in due volumi, a cura di Camillo Pellizzi, con introduzione del Canini (e con un'appendice comprendente il Primo abbozzo nell'edizione del Sainati). Era anche il primo volume della celebre e fortunata collana, apparso dopo la guerra (ventiseiesimo della serie): e la scelta, intenzionale o meno, del principe degli empiristi e dell'ispiratore degli illuministi per iniziare il nuovo corso dopo tanta polemica antiempiristica e antilluministica fu, per lo meno, di buon auspicio. Negli anni che seguirono la letteratura su Locke, a dire il vero, molto copiosa non è stata: se si toglie l'articolo di Ernesto De Marchi, già ricordato, che si avviava per il primo verso l'esplorazione dei testi inediti, ma non ebbe la continuazione annunziata, e un lungo articolo di Alberto Pala scritto con intenti di epistemologo moderno, un accurato studio di Giulio Pietranera sulla teoria del valore in Locke (né l'uno né l'altro ricordati dal Viano), i saggi apparsi qua e là sulle riviste non sono stati tali da rappresentare un indirizzo specifico o da rivelare l'esistenza e tanto meno l'avvenuto consolidamento di un nuovo interesse.

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Il consenso
Giustamente centrale è per Viano il problema del consenso: «Tutta la dottrina politica lockiana - egli dice - può essere intesa come il tentativo di elaborare la tecnica di una politica basata sul consenso». E a questo proposito aggiunge: «L'opera politica di Locke, che sarebbe diventata il testo sacro del liberalismo settecentesco, aveva così tra i suoi presupposti proprio la filosofia empiristica di Locke». È l'indirizzo empiristico della sua filosofia che lo introduce alla scoperta del meccanismo umano dell'obbedienza in cui avrebbero potuto congiungersi i precetti particolari dell'arte politica con le norme generali del diritto naturale, le quali costituiscono di per se stesse i presupposti più generali della possibilità del consenso. Soprattutto nell'esame dell'opera di Laslett abbiamo insistito sul fatto che il proposito principale di Locke, quando scrisse la sua opera politica maggiore, era stato quello di mostrare che il potere politico si distingue da ogni altra forma di potere perché acquista il proprio titolo di legittimità esclusivamente dal consenso. Con ciò Locke non voleva dire né che non potesse esistere di fatto un potere politico non fondato sul consenso né che qualsivoglia forma di consenso generasse un potere politico. Un potere politico non fondato sul consenso dava luogo a una forma corrotta di stato, era un potere politico di fatto ma non secondo la natura ideale del governo, quale da saggio indagatore delle leggi naturali che regolano la vita dell'uomo singolo e in società Locke aveva scoperto ed indicato: non si dimentichi che Locke, da buon giusnaturalista, non si era proposto il compito di descrivere la vita reale di uno stato, bensì di tracciare le linee di riforma dello stato presente secondo una prospettiva che gli era parsa la più conforme ai dettami della natura. D'altra parte, non ogni forma di consenso poneva le basi di una società civile, per esempio non il consenso della multitudo hobbesiana che rinuncia in favore del sovrano a tutti i diritti che competono all'individuo nello stato di natura, tranne uno, quello alla vita; ma solo l'acconsentire a quella rinuncia minima che è di per se stessa sufficiente ad eliminare gli inconvenienti dello stato di natura, senza instaurare uno stato di soggezione quasi totale, e che si risolve poi, rovesciando la posizione hobbesiana, nel mantenere tutti i diritti acquistati nello stato di natura, tranne uno, quello di farsi giustizia da sé.
Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che proprio in questo rovesciamento della posizione hobbesiana, che conduce al positivismo giuridico, sta il carattere genuino del giusnaturalismo lockiano: la parte maggiore della vita umana, ovvero la vita familiare, la vita religiosa, la vita economica, si svolge, o per lo meno si dovrebbe svolgere, secondo le direttive delle leggi naturali, e quindi trova il suo naturale luogo di origine e di crescita, nello stato di natura. La società politica o civile è un nuovo stato solo formalmente, non sostanzialmente: dello stato di natura non è, come quella hobbesiana, una soppressione, ma un consolidamento. Il suo scopo è puramente e semplicemente quello di proteggere tutto ciò che gli individui acquistano nello stato di natura, di fare in modo che le conquiste naturali, ottenute cioè seguendo le leggi della natura, non vadano miseramente perdute a causa dell'unico inconveniente di quello stato, la mancanza di un giudice imparziale. Hobbes aveva espresso nella sua concezione dello stato di natura gli orrori della guerra civile e aveva invocato la politica risanatrice del Leviatano; Locke attribuisce allo stato di natura i caratteri di una pacifica società mercantile in espansione, che trova nella società politica con un potere limitato e controllato una garanzia per il proprio sviluppo. La concezione lockiana dello stato di natura contiene già in nuce il concetto di società come sfera di tutto ciò che precede lo stato, e costituisce una sfera intermedia tra l'individuo isolato e lo stato, e sarà poi l'oggetto lentamente guadagnato, attraverso i primi economisti, della sociologia. Più correttamente, anziché di stato di natura, per comprendere quella parte importantissima della vita umana che si svolge prima e fuori dello stato e si contrappone alla società civile e politica, si dovrebbe parlare di società naturale, comprendente tutte quelle forme di rapporti intersoggettivi che si svolgono indipendentemente dallo stato, e che lo stato non ha altro compito che di trasformare, per usare l'incisiva formula kantiana, da provvisori in perentori: tra questi, in primis, i rapporti familiari e quelli economici (si pensi alla famiglia e alla società borghese di Hegel che precedono il momento finale dello stato).

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